|
In
una società e in una cultura in cui anche la creazione
artistica non sembra più in grado di vivere in una sua sfera
autonoma, libera dal condizionamento tecnologico e ideologico
dei mezzi di comunicazione di massa, pur considerando tale
condizionamento espressione legittima della realtà globale
attuale, scoprire nell'arte appassionata e tumultuosa di Giulio
Adobati l'urgenza di passioni e di sogni di una nuda e profonda
individualità, che si imprime sulla materia operata senza
filtri intellettuali e senza modelli esterni di riferimento, è
ancora una lieta avventura. A condizione però di non indulgere
all'evocazione di maniera dell'incolto e "selvaggio"
epigono della gran tradizione espressionista, che ha improntato
di sé una delle linee direttrici del secolo scorso.
"Selvaggio" Adobati lo è nell'accezione tutt'altro
che incolta instaurata una quarantina d'anni fa dai
neoespressionisti, in una Germania in preda agli incubi della
memoria nazista e della perdita di identità nella divisione in
due corpi antitetici, ma senza i travagli intellettuali e le
furberie mercantili di quella generazione di artisti. E' tipico
ad esempio, il fatto che l'urgenza espressiva di Adobati abbia
trovato sbocco prima nei paesaggi, nei drammatici mieli, negli
stupendi ritratti che rinnovano con freschezza la tradizione di
Kokoschka e di Soutine e poi in un convulso informale d'azione,
ma in realtà formalmente controllata e gestita, più vicino ai
Cobra che agli Americani. Il suo punto di forza consiste in un
rapporto d'immediatezza espressiva e modellante con la materia,
intrinseco alla sua personalità di pittore-scultore.
Marco
Rosci |